venerdì 18 ottobre 2013

Due Santi a confronto Don Bosco e Toniolo

Due Santi a confronto.

Somiglianze e differenze tra Don Bosco e Toniolo.

Pur vivendo in uno stato di vita civile diverso, c’e una certa somiglianza nel loro impegnarsi per il sociale ed una grande differenza. Quale?...




Scrive Teresio Bosco nel suo libro  Don Bosco, una biografia nuova:
“Nei secoli che precedettero immediatamente la rivoluzione industriale, gli artigiani erano riuniti in « corporazioni »: società rigide, di sapore medievale, ma che esercitavano una certa difesa verso i lavoratori. I poveri erano molti. Mai però il loro numero fu para­gonabile alle masse imponenti e miserabili dei proletari, abbando­nate a se stesse, create dalle fabbriche nel primo secolo della rivo­luzione industriale. Il modello di intervento della Chiesa a favore della povera gente, in quei secoli, era la « beneficenza organizzata » di san Vincenzo de' Paoli (1581-1660).
Nella nuova età industriale le « corporazioni » sono finite tra i ferri vecchi (anche per il trionfo dei princìpi del liberalismo), e le masse dei lavoratori proletari hanno l'unica libertà di farsi oppri­mere da padroni potentissimi. Il liberalismo impedisce diligente­mente che si formino nuove strutture che, sulla linea delle antiche corporazioni, difendano i diritti degli operai.
Nell'impossibilità di trovare belli e fatti piani e programmi di azione dicevamo nelle pagine precedenti —, nelle incertezze che sempre esistono all'inizio di un nuovo periodo storico, molti uomini della Chiesa impegnarono tutte le loro energie nel fare « subito » qualcosa per la gente miserabile, rispolverando i metodi di benefi­cenza di san Vincenzo (le « conferenze » fondate a Parigi da Oza-nam in aiuto dei proletari prendono proprio questo nome).
Si capì presto, tuttavia, che la beneficenza non poteva bastare. Anche nella forma nuova e socialmente avanzata di scuole profes­sionali, di laboratori didattici, rimaneva insufficiente”. Occorreva battersi per la giustizia sociale. E Don Bosco si mosse su questo campo, basti pensare ai contratti di lavoro che stipulo’ come tutore dei suoi giovani con gli impresari  che li avevano assoldati o con i capi artigiani che li avevano in servizio. Si rifletta anche all’interessamento che aveva Don Bosco nell’andare a trovare i suoi ragazzi sul lavoro e nei colloqui che faceva con i loro “padroni”, compiaciuti di cio’.
 Eppure ancor non bastava questo, ci volevano   specifiche istituzioni sociali e leggi che garantis­sero i diritti dei lavoratori. Un cammino che dalla beneficianza, passando attraverso interventi di carattere sociale ed approfondendosi in movimenti, aprisse la strada ad arricchire l’impegno sociale con quello politico  Il cammino fu lungo, per incomprensioni negli ambienti della gerarchia e per le fortissime resistenze degli Stati liberali.
Tra quelli che si mossero su questo campo in forma vicina alla politica, potremmo dire socio-politica, si  inserisce il Beato Giuseppe Toniolo.

Anche Don Bosco si impegno’ nel sociale, e qui sta la somiglianza con Toniolo; ma non si volle impegnare nell’azione socio-politica, e qui sta la differenza con il Toniolo che visse il tempo di don Bosco con i problemi accennati aprendo l’impegno sociale alla politica, anche se „solo come preparazione” ad un domani piu’ adatto all’impegno politico e partitico.
Dice infatti Teresio Bosco nell’opera citata:

Don Bosco stesso affermo’ il 24 giugno 1883: « A che prò entrare in politica? Con tutti i nostri sforzi che cosa potremo noi ottenere? Nient'altro che di renderci forse impossibile di prose­guire la nostra opera di carità » (M.B., voi. XVI, p. 291).
Schematizzando al massimo la situazione, potremmo dire che « in teoria » davanti a don Bosco venne delineandosi un dilemma:
o battersi contro gli effetti delle ingiustizie sociali (aiutare i ragazzi poveri, domandando e accettando l'aiuto di chiunque per fondare scuole e laboratori);
o battersi contro la causa delle ingiustizie sociali (inventare forme di denuncia pubblica, di associazioni per giovani lavoratori, rifiutare la collaborazione e la beneficenza delle persone coinvolte in un sistema politico-economico basato sullo sfruttamento), con la prospettiva evidente di inaridire le fonti della beneficenza e di abbandonare al proprio destino i ragazzi poveri.
Nel primo caso salvava i giovani dai pericoli immediati, ma
rischiava di essere « strumentalizzato » dal sistema, di allevare cioè
dei lavoratori obbedienti e 'docili che non avrebbero disturbato i
potenti.       
Nel secondo caso sollecitava il « sistema » a cambiare, ma ri­schiava di non poter andare incontro alle necessità immediate, im­pellenti dei poveri.
La scelta (non solo per don Bosco, ma per molti uomini della Chiesa in quel tempo) era drammatica: comunque ci si schierasse, non si faceva « tutto » quello che si doveva fare.

Don Bosco imboccò, sotto l'urgenza del momento, la prima strada.
Quando ne avvertì i limiti, si sentì garantito dall'azione totale della Chiesa:
« Lasciamo ad altri ordini religiosi più ferrati di noi le denunce e l'azione politica. Noi andiamo dritti ai poveri »

Concludendo ci pare di poter affermare che se nella Chiesa ci sono molti carismi, molti doni cioè dati agli individui per il bene della comunità, don Bosco ebbe quello dell'intervento urgente a favore dei ragazzi poveri” 
(cfr. Teresio Bosco : Don Bosco, una biografia nuova, , Elledici, 1979, pp.195-198).


E cosi’ Don Bosco appare vicino a Toniolo e nello stesso tempo fortemente diverso.

“Diverso, ma non contrapposto, a quelli più squisitamente sociali di mons. Ketteler (1811-77), di Toniolo (1845-1918), di don Sturzo (1871-1959). Per questo, il prete pie­montese può stare benissimo accanto a loro. Quattro carismi diversi nell'ambito della Chiesa, vissuti con onestà e limpidezza, e proprio per questo ricchi di frutti autentici per il popolo di Dio”.(cfr. T. Bosco, op. cit., p 198)


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